Ho voglia d’orge e puttane e mucose riciclate
e eroina, cosa c’è di male, scelte estreme
e l’inebriante azzardo di azioni
senza nome e istruzioni.
Voglio leggere il mio nome marchiato
a fuoco e amore sul seno di una vergine, spararle
in fica e gettare il suo corpo squartato nel fiume, specchiando
dentro il mio volto, pensando che arriveranno al mare
insieme. Mi farebbe comodo una lavagna a muro
su cui riprodurre le configurazioni neuronali
di una certa notte d’ottobre, mostrare al mondo le ragioni chimiche
di questo improvviso professarmi dio. Potrei spargere tagliole
e lacci nel bosco, veder crepare nel sangue la libertà del cazzo
menzogna assurda di questo assurdo universo.
Voglio dare un senso a ciò che esiste, ché una spiegazione
a me stesso è tutto quel che so dare: ho provato a donare altrui
il mondo, e tutta la mia vita – ma non era un cazzo, e non
è mai valso niente per te, amore mio, lo capisco adesso. E
ora sputo sul mio passato e piscio sul futuro (le mie speranze
di cartone, reinterpretazioni in scala di grigi di sogni colorati
da bambino). E faccio come se il presente non ci sia.
Oggi non possiedo che rabbia, estasi isterica e felicità
recitata, e mi pitturo di bianco e di nero per risaltare
su questo sfondo di cartastagnola. Alterno insulti a versi d’amore
e tutto ciò che rimane di me è essere esagerato, come
ai tempi audaci che di certe cose – noi – ce ne fregavamo. Ma
è l’estrema ripercussione dell’estremo amore, e merita
d’essere celebrata al suono dell’estremo tripudio.
Ho voglia d’orge e puttane e di colpi assestati
come non avessi mai vissuto, affogare nelle lacrime
e nel sonno e perdonare a te il dolore
e la nostra fatalità a Dio, quello vero, mai creduto
e buono finora da queste parti giusto per bestemmiare.
Io perdono il dolore e il vacuo orrore di ciò che sei, e
smetto di ucciderti per cessare di morire, ora semplicemente
comincio a aspettare, ancora estremo, esagerato
e incontenibile – semplicemente aspettare.