Sotto un tronco dai capelli vermigli
aggrappato di sera alla pensilina
febbraio l'ubriaco
dettava all'uomo voragine i suoi cattivi consigli
surgelando i suoi occhi lustri con la sua brina
punzecchiando i suoi fianchi col vento
per vederlo tornare a casa
ormai vinto.
La dea della notte guardava per caso il suo viale
e forse commossa o anche lei ingentilita dal vino
come ai re orientali dei tempi del primo natale
pensò di donargli il segno di un diverso destino.
(Una buona volta se il cielo vuole
come faceva quand'era bambino
incapace solo di trovar le parole).
Ecco il sogno espresso correndo in stazione
sotto una stella cadente luminosa e sbilenca
interminabile
pareva dire andiamo che aspetti cazzone
senti te stesso e quello ch'è stato
e che vuoi che avvenga.
L'uomo voragine pensò alla donna arcobaleno
e a pugnalare la solitudine e le sue sentinelle
rivederla muta prima che riandasse il treno
nel suo futuro costruito in calce di stelle.
(Avrebbe amato anche lui senza dirlo
come già lei e come lui da bambino
incapace d'essere uno e capirlo).
Ora poteva vivere di sguardi muti e di tocchi
e le braccia lunghe fra il collo di lei e il cuscino
audace e sordo
e le palle per sborrarle in faccia e gli occhi
per piangere al buio e lei che dormiva
come il pupazzo avuto da bambino.