(aprile 2004)
I
Non si vive per
starsene a guardare.
Ho scoperto di essere poesia
e voglio urlarlo a tutti.
Non smetterò mai.
II
Vivevo da uomo libero
quando la solitudine era libertà
e da capobranco a volte
ingannandomi di fronte a uno specchio.
Ero solo come le stelle
nel cielo profumato e tetro di
primavera. E brillavo.
Ridevo della luna e dei lupi
che le ululavano addosso
e in silenzio aspettavo di uscire
e addormentarmi e sognare.
Bastava aprir la porta e gridare
per farsi sentire. Ma persino un buffone
vuole essere libero a volte
di pregare e imbrogliarsi e brillare.
III
Il piccolo uomo sognava di morire ma non
poteva. Lui non aveva gambe per danzare
e niente braccia per stringer l'amore.
Ogni notte (perché nessuno lo vedeva)
coi denti apriva una cassetta
e ogni notte vi piangeva. Vi lasciava cadere una
lacrima. Una soltanto. Poi prima di dormire la richiudeva.
Un vecchio uomo stanotte ha riaperto la cassetta. È
una notte come tante altre solo più ultima e fredda
e all'improvviso
il piccolo scrigno ha sputato l'oceano
e il mare di sale e denso di una vita d'inferno.
Il vecchio uomo sta affogando nel suo abisso
e cadendo sorride
martire e sovrano d'un sogno. Finalmente.
Dicono che mare faccia rima con sognare
e che morire sia un po' come scopare. Nel mio sogno
sento sussurrare il suo nome.
IV
A che serve far sogni hanno chiesto
e chinarsi di notte sull'erba e scolarsi
un oceano di roccia e montagna
e di vita e rottami. A che serve ubriachi
riguardare domani e gridarsi ci siamo.
Qualcuno è già stato qui tante volte
e ha sporcato per terra prima di andare.
Qualcuno ha vissuto senza
farsi vedere. Senza
ululare alla luna. Senza
credersi folle
poeta
buffone.
Io ho solo voglia di ridere
e non stare a aspettare.
V
Non c'è nulla di serio
nella vita di un uomo.
La mia musa serena ed io
moriremo nello stesso letto
in un giorno come altri di vita e
di niente.
E poi ecco. Rassegnati e sorpresi
noi godremo d'amore
e di ciò che non siamo.
VI
Siamo attori di circo smarriti
a osservare da fuori un tendone non nostro
e a pensare che dentro magari non piove
e fa un po' meno freddo.
Recitiamo le nostre battute
e fermiamo i passanti chiedendo
un ombrello un passaggio o un sorriso
da chiamare casa vivere o felicità.
Ed ai nostri tramonti non occorre altro.
VII
Siamo il riflesso di facce immortali
dai contorni ingialliti e incazzati
incollate sui muri da anni
come volti di eterni banditi.
Credevamo alla notte dell'anima
e al tesoro etilico dei giusti
satira e pazzia e poesia d'ignoranti
e musica ironica e dionisiaca speranza.
Credevamo persino all'amore
senza aver mai amato o
aver mai visto amare. Senza mai pensare
a cos'altro saremmo poi stati.
Nichilisti e puttane appostati
sui marciapiedi del mondo. Sognavamo l'amore
e l'abbiamo.
VIII
Far la guerra nei giorni di pace
e non starsene fermi. Era questo
un po' il senso di tutto
e lo è ancora.
E poi noi. Capibranco e pagliacci
e banditi e piccoli uomini che
risalgono i viali nelle notti d'estate
soffocati d'amore.
Ci fermiamo sul ponte a vomitare
ad aggiungere lacrime e sale
ad un fiume che scorre ed è dolce
e fa male.
È la vita che è dolce e fa male
quando sei troppo bravo ad urlare
e a non farti sentire. Quando senti il dolore cessare
e vorresti morire.
IX
E come dicono l'amore è vita
e primavera. Ma
non basta
la pioggia lenta dei giorni d'aprile
all'uomo che vuol naufragare.
Non basta
il tepore del sole giallo delle tre
all'uomo che vuole infiammarsi
e nel vento bruciare.
A volte il peccatore prega il suo dio
amore lontano.
A volte. Volti appannati sullo sfondo
e sguardi e parole chiare confuse
sono la sua preghiera.
A volte inginocchiarsi non serve a niente.
X
E pregare è anche correre in bici
nell'agosto bordeaux di montagna e imprecare
pipistrelli nella notte un po' insonne
dal profumo di concime e di rivolta.
Non voglio re a governare
la mia giovinezza
né preti a benedirla
né profeti a illuminarla del loro buio.
È difficile credere ancora
agli stessi discorsi e alle stesse parole
di anni spesi a sorridere
e a pensare di amare.
Ogni cosa ha un suo senso ed io voglio capire.
Questa notte voglio chiedermi perché
e voglio pisciare nel fiume e
devastare questa odiosa città e
scacciare i suoi santi a calci nel culo e
capire davvero cos'è che manca e
ghignare come una volta.
XI
La città ha i lineamenti
di uno che muore e
monumenti
come occhi di zingara anziana
in amore
più lirici e commoventi
di ciò che li tiene sbarrati
eppure attorniati
di vecchio e di sporco e
di nervi tirati
irreali presenti e
futuri irrealizzati.
Ha ponti sul fiume
come cerotti sfilacciati
sul corpo di un uomo ferito
legacci che saldano a stento
ciò che Dio stesso ha già demolito.
(Istante insignificante
in un cielo gigante
però infinito nell’infinito).
Se davvero è per sempre lo spazio
senza fine è anche ciò che racchiude
e certa ogni possibilità. Da qui nulla
può scappare via
ogni cosa dovrà fatalmente avvenire e
la logica diventare poesia.
XII
Le risate del pubblico oltre la porta
rivestono silenzi sussurrati e parole taciute
dalla donna che legge le carte. Promesse
da due soldi e inascoltate
che nessuno manterrà mai.
Sarò io a spalancare la porta e
ad uscire per primo. Sarò un folle poeta buffone
ed avrò ciò che sono
e sarò ciò che voglio.
Non credere a nessuno e ingannarmi di tutto
distruggere e sognare
scrivere e cancellare
e riscrivere.
Non smetterò mai.