Un pomeriggio lo cercammo tra i faggi
come una pianta rampicante o un cesto
di castagne morsicate e lasciate nei paraggi
e col pensiero oliva noi di foglia e biancospino
dimenticammo i vecchi in basso, sui teloni
a far fumare il pane e l'olio e a far cadere il vino.
Giocavamo insieme a rimpiattino, e noi, noi
lo cercavamo stanchi e un po' felici, Dio bambino.
Certo la corsa e i sassi consumavano le suole
e un'ora un po' più fredda t'inchiodava gli occhi
chiedendo di cercare anche di notte, tra le aiuole
quelle dipinte col pensiero dassù il letto a castello
su cui chi chiuse gli occhi poi si svegliò già grande,
appeso a una bottiglia, ad una donna o ad un anello.
La festa terminò solo il mattino, e noi, noi
lo immaginammo a casa un po' felice, Dio bambino.
Non c'era già più posto per le foglie nella borsa
né per i supersantos e neanche per la primavera
pesava troppo il tempo, il sangue, il sudore della corsa
come l'atomica in un dì di pace, o un'erezione in spiaggia
comprendemmo che è l'inverno a portar giù la neve
non quella, scesa già per caso, che lì sola lo incoraggia.
Non eravamo più buoni a giocare, e noi, noi
non eravamo neanche più felici, Dio maiale.
[Ma impareremo a essere inverno e non un temporale, e Dio, Dio
potrà vederci credere felici, nascondersi e non farsi trovare].