Non complesso, non anacronistico, non incompreso, sicuramente non blogger. Pezzo minuscolo d'eterno e d'universo. Niente sfoghi esistenziali, niente esercizi di stile. Qui faccio filosofia – in versi perché il pensiero è musica, e la verità è poesia.

La verità da queste parti non la troverete, diciamocela tutta. Ma un tentativo, uno fra i tanti, forse sì. Una verità con la minuscola, come l'universo di cui è immagine, come la fantasiosa menzogna che intende negare, come il dio umano del quale è creazione.

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postato domenica, 06 dicembre 2009 alle ore 00:39 | permalink | commenti
Forse
hanno ragione i sassi
imperturbati
nella loro pace
senza guardare il fiore
che ora nasce
e muove e brama
e cresce
e il terzo giorno
muore.

Forse la vita
è questo vaso di terra umida
senza semi
e sa di notte e di attesa
dell’illusione timida
che solo farnetica
le tinte e i profumi
di una illogica diurna
sorpresa.


postato venerdì, 07 agosto 2009 alle ore 16:46 | permalink | commenti (3)
Cotone bianco eclissa il blu sul parco, qui la prigione
ha sbarre di foglia e brande profumate, bisbiglia d’evasione
e poi ritratta,
fa volteggiare sedativi alati sul corpo infermo e svogliato
e fa librare via i pensieri
pesanti, lievi
pennuti di latta.

Non esistono le gabbie per gli idioti, chi è nato storto
senza saper passar per pazzo o aver conforto
d’essere speciale,
vuole cucirsi indosso a mano le sue camicie di forza
e le camere di sicurezza
come una carezza
d’aghi d’ospedale.

Sentirsi dentro
manicomi
gnomi asettici ed automi
angeli sereni senza più nomi e cognomi.

Non so dire se conviene sentir pazzi poi se stessi
o veder folle il mondo, sbalordire al gioco di riflessi
e di fiammelle,
all’assordare assiduo dell’universo o nella quiete
delle bocche di leone morte
che lisciano sconvolte
il culo delle coccinelle.

Saper d’essere
aquiloni
lampi eterni senza tuoni
od ancora i vecchi illusi, miserabili coglioni.

Pensar d'essere
aquiloni
voci curve a mille suoni
o macigni senz'accenti, libertà né manicomi.

(Non so dire).
(Manicomi).


postato venerdì, 12 giugno 2009 alle ore 17:16 | permalink | commenti
Un pomeriggio lo cercammo tra i faggi
     come una pianta rampicante o un cesto
     di castagne morsicate e lasciate nei paraggi
e col pensiero oliva noi di foglia e biancospino
     dimenticammo i vecchi in basso, sui teloni
     a far fumare il pane e l'olio e a far cadere il vino.

Giocavamo insieme a rimpiattino, e noi, noi
lo cercavamo stanchi e un po' felici, Dio bambino.

Certo la corsa e i sassi consumavano le suole
     e un'ora un po' più fredda t'inchiodava gli occhi
     chiedendo di cercare anche di notte, tra le aiuole
quelle dipinte col pensiero dassù il letto a castello
     su cui chi chiuse gli occhi poi si svegliò già grande,
     appeso a una bottiglia, ad una donna o ad un anello.

La festa terminò solo il mattino, e noi, noi
lo immaginammo a casa un po' felice, Dio bambino.

Non c'era già più posto per le foglie nella borsa
     né per i supersantos e neanche per la primavera
     pesava troppo il tempo, il sangue, il sudore della corsa
come l'atomica in un dì di pace, o un'erezione in spiaggia
     comprendemmo che è l'inverno a portar giù la neve
     non quella, scesa già per caso, che lì sola lo incoraggia.

Non eravamo più buoni a giocare, e noi, noi
non eravamo neanche più felici, Dio maiale.

[Ma impareremo a essere inverno e non un temporale, e Dio, Dio
potrà vederci credere felici, nascondersi e non farsi trovare].


postato mercoledì, 13 maggio 2009 alle ore 01:52 | permalink | commenti (1)
'Bene andate, è già mattina'
monta in macchina anche il fumo
di gasolio e nicotina

l’uomo in blu riaccende gli abbaglianti
sugli abiti da sera
di bambine luccicanti
vecchie ad orologeria

stampa il fango sui pedali
poi fa 'largo!' con le mani.
'Una vita od una notte sola
anche fosse, che differenza fa

se ritorna, inzuppa le lenzuola
ed è l'unica che uno ha'.


postato sabato, 18 aprile 2009 alle ore 15:43 | permalink | commenti (3)
Sono uno che dimentica i regali che gli fanno
on the night seats of the underground station
non conosco la fatica, l'utile, il merito e la gratitudine
campo di liberté, de fuego, and a little bit of passion.

Sic transit gloria mundi, senza pensieri
no quiero màs que hablarte una hora
stesi al cielo de la noche de abril
prendendo sonno sotto il viola dell'aurora
riempiendo d'aria mente e sogni, jamais les voir mourir.

Sic transit, mensch, vaine ainsi già scivola la notte
we're gonna crash die welt a calci in culo
sodomizziamo le puttane, i preti, los huecos dentro al muro
we're gonna fuck shit up
wash into sin all their redemption hope.

Sono uno che cammina con gli anfibi sulla spiaggia
panta rei fast on ma tête, mixando a caso le parole
come il mare che fa brutto sopra il bagnasciuga
come nube senza pioggia che nasconde inutilmente il sole.


postato venerdì, 06 marzo 2009 alle ore 18:30 | permalink | commenti (3)
Non audaci abbastanza da saltare i fossi
ma aleggiamo fra i glicini come pettirossi
deridiamo dall'alto la morte come fanno i cipressi.

Non vigliacchi già al punto di cambiare strada
ma piangiamo al mattino come terra e rugiada
e patendo ogni raggio di sole quasi fosse una spada.

Siamo tanto vivi e distratti da procedere dritti
ingiuriando gli anfibi bagnati o restando anche zitti
non diciamo mai 'Morte', 'Noi inetti', 'Siamo stati sconfitti'.


postato martedì, 20 gennaio 2009 alle ore 05:13 | permalink | commenti (9)
Appendilo in alto il lampione
e non portarmi via ancora tempo
ne ho abbastanza di calci nel culo
da questa mia ombra.
Io non parlo a chi si nasconde
non ha mai mangiato la neve
non ha scritto poesie
non ha fatto l'amore.

Rimani pure inchiodato alla croce
e a soffrire come ciò che hai creato
prova un po' tu a morire da solo
come questa gente.
Io non piango chi non difende
la vita sua e di chi dice d'amare
non ha scritto poesie
non ha visto morire.

Portati via tutte le tue candele
e poi lasciaci il sole e la pace
chiameremo il tuo nome morendo
o se saremo felici.
Io non piango dentro le onde
per nascondere timido il pianto
scrivo nelle poesie
la dolcezza e il dolore.

Appendilo in fretta il lampione
e non portarci via ancora tempo
abbiamo voglia di andarci a baciare
sotto gli occhi di tutti.
Lei non sta con chi si nasconde
sa di luce di fuoco e sudore
come certe poesie
come fare l'amore.


postato giovedì, 28 agosto 2008 alle ore 23:19 | permalink | commenti (5)
Foglie
foglie indecise
foglie puttane che baciano i rami
cadono
giù per i tronchi
ondeggiano lievi e ridono infami
vanno
alla terra convinte
che il mondo abbia posto per loro e un futuro
vita
oltre i muschi d'autunno
oltre siepi di more e ogni immobile muro.

Foglie
accusano il vento
dei loro capricci e della vanità.

Vento
vento d'oriente
vento che ingiuria la vita e l'amore
scuote
ogni cosa e poi ride
di querce svestite e senza colore
salice
piange sconvolto
sbarrando le palpebre a guisa di velo
l'uomo
serra le porte
pensando che pianga più tardi anche il cielo.

Vento
vien via con la falce
non salva la quercia che implora pietà.

Quercia
quercia derisa
quercia cui un tempo fu dato d'amare
scruta
le fronde perdute
le amanti infedeli che muoiono ignare
piange
poi a un tratto sorride
forse pensando al profumo del fiore
certo
riavrà in primavera
come una volta il suo verde splendore.

Quercia
le follie ingiallite
marcite nel fango non le piangerà.


postato sabato, 02 agosto 2008 alle ore 18:50 | permalink | commenti (2)
Gonna corta nera per gambe di latte
sinestesia di sensi e groppo in gola
fasci d'eroina vomitati nella notte
e asfalto sbriciolato in mezzo alle lenzuola.

Quanto poco costa invero l'impressione
d'essere amore insieme e non morire
il buio non fa domande e non cerca la ragione
e ubriachi come siamo non la sapremmo neanche dire.

Sicché tu stessa adesso
ricerca il mio silenzio sì come lui ti brama
perché non ha ragioni la ragione quando ama
prodigio senza trucchi, novella senza trama
interra le parole
come bestie nella tana.

Amo il tuo sorriso ed amo le tue tette
il modo che hai di non saper star sola
le tue intuizioni di farina un po' distratte
come gli occhi di una bimba che ritorna dalla scuola.

Il sapore che hai di libertà e prigione
e il tuo suicida non voler soffrire
i capelli come strade in alluvione
il tuo ingannarmi sempre senza mai mentire.

Sicché tu stessa adesso
spalanca pure gli occhi che non san tacere niente
di come sei infinita, insensata e intelligente
fa' sì che infiammi al rogo del tuo vivere ardente
cancella le domande
ché ogni risposta mente.

Perché non ha ragioni la ragione quando ama
passione non domanda
quando apre bocca esclama.


postato venerdì, 18 aprile 2008 alle ore 00:20 | permalink | commenti (2)
La pioggia buca
come aghi d'abete
le tegole e il prato
la pioggia placa
lenisce la sete
deterge il passato
poi si lascia asciugare dal sole.

Com'eravamo bravi a bagnarci guardando il cielo
infreddoliti e pallidi sotto l'unico velo
ricordi? – e la pioggia cadeva, lavando il pensiero.

Tornammo a casa ubriachi d'amore
gridando, bevendo dal pozzo,
scaldandoci al sole.
(Piovve. Chi di noi disse
la pioggia ora è morta?)
– Dicemmo solo ha piovuto.

La vita morde
succhia l'anima e il sangue
i pensieri e le azioni
la vita disperde
consuma e poi estingue
divorando emozioni
ma ci lascia scaldare dal sole.

Nei miei occhi lo smarrimento gaudente del pazzo,
ho consumato il tempo il mio corpo e lo spazio
come botte di vino, ed ho il cuore ormai sazio.

Lascio il mondo ubriaco d'amore
ridendo, ingoiando la pioggia,
sfregando a terra le suole.
(Vissi. Chi di voi ha udito
ahimé sono morto?)
– Ho sempre detto ho vissuto.


postato mercoledì, 05 marzo 2008 alle ore 16:17 | permalink | commenti (1)
Uroboro, miniatura araba del XVIII sec.

        Si j'ai perdu mes jours dans la volupté, ah! rendez-les-moi,
        grands dieux, pour les reperdre encore.


                                                           J. O. DE LA METTRIE, L'Art De Jouir

Drogato di momenti fatti durare
di fica e di sguardi di sirena, ogni volta
inaspettati – di ketamina per volare
e ritmo e ingenue tentazioni di rivolta,

ecco l'uomo – ecco il serpente
una gabbia dalle sbarre troppo aperte
l'eroe del tempo eterno e del niente
e una madonna con le tette scoperte

fanno l'amore e la guerra su un letto
fissando il tempo ed il suo contrario
il mutamento e il silenzio perfetto
e un orologio che non mostra l'orario.

Sanno a memoria i momenti, e sanno di esserci già stati
il tempo ricrea i mondi, le lune, le primavere, le estati
il serpente si morde lentamente la coda e la ingoia
non è detto che ciò che trascorre – necessariamente muoia.

Userà per miliardi di versi le stesse parole
identico pure lui e da se stesso obbligato
a riessere ineluttabilmente quel ch'egli vuole.

Ecco l'araba fenice risorgere e il fuoco
riaccendersi – ecco ancora la tentazione,
la rivolta e le sirene, riecco partire il gioco
piroettante e perpetuo come un pallone.

Il big bang avviene nel cuore, ogni giorno
dio è un dinosauro e una macchina alata
di un futuro lontano, dio è tutto intorno
dio è un ubriaco e una chitarra stonata

dio è un rettile idiota che si morde la coda.
La morde lentamente poi lentamente la ingoia
in questo mondo è tutto oblio – ma non esiste la noia.


postato martedì, 04 marzo 2008 alle ore 17:15 | permalink | commenti (1)
        (aprile 2004)

I

Non si vive per
starsene a guardare.

Ho scoperto di essere poesia
e voglio urlarlo a tutti.

Non smetterò mai.


II

Vivevo da uomo libero
quando la solitudine era libertà
e da capobranco a volte
ingannandomi di fronte a uno specchio.

Ero solo come le stelle
nel cielo profumato e tetro di
primavera. E brillavo.

Ridevo della luna e dei lupi
che le ululavano addosso
e in silenzio aspettavo di uscire
e addormentarmi e sognare.

Bastava aprir la porta e gridare
per farsi sentire. Ma persino un buffone
vuole essere libero a volte
di pregare e imbrogliarsi e brillare.


III

Il piccolo uomo sognava di morire ma non
poteva. Lui non aveva gambe per danzare
e niente braccia per stringer l'amore.

Ogni notte (perché nessuno lo vedeva)
coi denti apriva una cassetta
e ogni notte vi piangeva. Vi lasciava cadere una
lacrima. Una soltanto. Poi prima di dormire la richiudeva.

Un vecchio uomo stanotte ha riaperto la cassetta. È
una notte come tante altre solo più ultima e fredda
e all'improvviso
il piccolo scrigno ha sputato l'oceano
e il mare di sale e denso di una vita d'inferno.

Il vecchio uomo sta affogando nel suo abisso
e cadendo sorride
martire e sovrano d'un sogno. Finalmente.

Dicono che mare faccia rima con sognare
e che morire sia un po' come scopare. Nel mio sogno
sento sussurrare il suo nome.


IV

A che serve far sogni hanno chiesto
e chinarsi di notte sull'erba e scolarsi
un oceano di roccia e montagna
e di vita e rottami. A che serve ubriachi
riguardare domani e gridarsi ci siamo.

Qualcuno è già stato qui tante volte
e ha sporcato per terra prima di andare.

Qualcuno ha vissuto senza
farsi vedere. Senza
ululare alla luna. Senza
credersi folle
poeta
buffone.

Io ho solo voglia di ridere
e non stare a aspettare.


V

Non c'è nulla di serio
nella vita di un uomo.

La mia musa serena ed io
moriremo nello stesso letto
in un giorno come altri di vita e
di niente.

E poi ecco. Rassegnati e sorpresi
noi godremo d'amore
e di ciò che non siamo.


VI

Siamo attori di circo smarriti
a osservare da fuori un tendone non nostro
e a pensare che dentro magari non piove
e fa un po' meno freddo.

Recitiamo le nostre battute
e fermiamo i passanti chiedendo
un ombrello un passaggio o un sorriso
da chiamare casa vivere o felicità.

Ed ai nostri tramonti non occorre altro.


VII

Siamo il riflesso di facce immortali
dai contorni ingialliti e incazzati
incollate sui muri da anni
come volti di eterni banditi.

Credevamo alla notte dell'anima
e al tesoro etilico dei giusti
satira e pazzia e poesia d'ignoranti
e musica ironica e dionisiaca speranza.

Credevamo persino all'amore
senza aver mai amato o
aver mai visto amare. Senza mai pensare
a cos'altro saremmo poi stati.

Nichilisti e puttane appostati
sui marciapiedi del mondo. Sognavamo l'amore
e l'abbiamo.


VIII

Far la guerra nei giorni di pace
e non starsene fermi. Era questo
un po' il senso di tutto
e lo è ancora.

E poi noi. Capibranco e pagliacci
e banditi e piccoli uomini che
risalgono i viali nelle notti d'estate
soffocati d'amore.

Ci fermiamo sul ponte a vomitare
ad aggiungere lacrime e sale
ad un fiume che scorre ed è dolce
e fa male.

È la vita che è dolce e fa male
quando sei troppo bravo ad urlare
e a non farti sentire. Quando senti il dolore cessare
e vorresti morire.


IX

E come dicono l'amore è vita
e primavera. Ma
non basta
la pioggia lenta dei giorni d'aprile
all'uomo che vuol naufragare.

Non basta
il tepore del sole giallo delle tre
all'uomo che vuole infiammarsi
e nel vento bruciare.

A volte il peccatore prega il suo dio
amore lontano.

A volte. Volti appannati sullo sfondo
e sguardi e parole chiare confuse
sono la sua preghiera.

A volte inginocchiarsi non serve a niente.


X

E pregare è anche correre in bici
nell'agosto bordeaux di montagna e imprecare
pipistrelli nella notte un po' insonne
dal profumo di concime e di rivolta.

Non voglio re a governare
la mia giovinezza
né preti a benedirla
né profeti a illuminarla del loro buio.

È difficile credere ancora
agli stessi discorsi e alle stesse parole
di anni spesi a sorridere
e a pensare di amare.

Ogni cosa ha un suo senso ed io voglio capire.

Questa notte voglio chiedermi perché
e voglio pisciare nel fiume e
devastare questa odiosa città e
scacciare i suoi santi a calci nel culo e
capire davvero cos'è che manca e
ghignare come una volta.


XI

La città ha i lineamenti
di uno che muore e
monumenti
come occhi di zingara anziana
in amore
più lirici e commoventi
di ciò che li tiene sbarrati
eppure attorniati
di vecchio e di sporco e
di nervi tirati
irreali presenti e
futuri irrealizzati.

Ha ponti sul fiume
come cerotti sfilacciati
sul corpo di un uomo ferito
legacci che saldano a stento
ciò che Dio stesso ha già demolito.

(Istante insignificante
in un cielo gigante
però infinito nell’infinito).

Se davvero è per sempre lo spazio
senza fine è anche ciò che racchiude
e certa ogni possibilità. Da qui nulla
può scappare via
ogni cosa dovrà fatalmente avvenire e
la logica diventare poesia.


XII

Le risate del pubblico oltre la porta
rivestono silenzi sussurrati e parole taciute
dalla donna che legge le carte. Promesse
da due soldi e inascoltate
che nessuno manterrà mai.

Sarò io a spalancare la porta e
ad uscire per primo. Sarò un folle poeta buffone
ed avrò ciò che sono
e sarò ciò che voglio.

Non credere a nessuno e ingannarmi di tutto
distruggere e sognare
scrivere e cancellare
e riscrivere.

Non smetterò mai.


postato mercoledì, 22 agosto 2007 alle ore 17:38 | permalink | commenti
        Tutto fu ambìto / e tutto fu tentato. / Quel che non fu fatto
        io lo sognai; / e tanto era l’ardore / che il sogno eguagliò l’atto.


                                                              GABRIELE D’ANNUNZIO, Laudi, Maia

Esaurimmo ogni plausibile risposta
divertiti come chi oramai non teme e vede e pensa,
la domanda successiva era nascosta
dietro l’ardere accecante della nostra supponenza.
A mezzodì il sole abbagliava la piazza
non vedevamo l’ombra, il dubbio, la nostra sconvenienza
come un ubriaco od un’amante pazza
faticano a slegare il certo e l’ammaliante parvenza.
Dopo le otto la piazza ingigantiva,
la tua bellezza si stampava bislunga sull’asfalto,
impressione semplice palese e viva
un po’ smorzata nell’arancio del sole meno alto,
nell’ultimo tramonto scorso invano,
alibi sfacciato, scusa inconsistente e senza smalto
per tenerci ancora mano nella mano
come chi mirando cielo e terra anela al grande salto.
Il sogno avuto qui e compiuto lontano.
Il volo di noi due a metà agosto,
la scoperta del mondo a ogni costo,
pel gusto già di domandare, non ché ci fosse poi risposto.

Di che avresti amato indagare, se siamo,
mio amore, o perché, se moriremo o non vivemmo mai,
se è vita viva quel che siamo e sentiamo
o un’età della materia informe in un continuo viavai,
corpi nudi così infreddoliti e sciocchi
da pensare d’esistere, porcili astratti e puttanai,
microbi inetti che puntano ciechi occhi
per eterne frazioni d’eterno su inesistenti guai.
O prediligi il tempo umano, milady,
quello che apre i sensi e li uccide o così fa sembrare,
che rende logico l’assurdo che vedi,
colui che finge in essere il suo ininterrotto mutare.
Il tempo della chimica e del pensiero,
dell’attesa di me la sera, della pioggia sul mare,
dell’ambìto, del vaneggiato e del vero,
del tabacco che si consuma, della noia e di amare.
Il tempo arancio ripassato sul nero.
Il volo di noi due a metà agosto,
godimento del mondo a ogni costo,
innamorarsi e innamorare, senza dire come e in che posto.

Schernivi acre e mefistofelica il sacro,
grossolana classifica a punti dei nostri tesori,
gustando briosa l’avvilimento e il massacro
di quel Dio disumano e dei suoi evangelizzatori.
Sacro e eterno non fu il padre ma i figli,
festosamente costretti a riavere forme e colori
come mimose a marzo o d’estate i gigli
fabbriche inesauribili di frenesie e di odori.
L’identico riaversi dell’universo
empio e fatale sarà la legge che proibisce ogni legge,
nessun prete né imperatore perverso
legislerà mai l’ordine tragico che ci sorregge.
Lo scoppio incessante del cuore del mondo,
l’inseguirsi furioso di mille miliardi di schegge,
ci renderà fiamme del fuoco rotondo,
immortali e liete come ciò che l’eterno protegge.
Il sempre nell’ora, il culmine nel fondo.
Il volo di noi due a metà agosto,
la potenza del mondo a ogni costo
gonfierà di vento le tasche, e non diremo mai non c’è posto.