Non complesso, non anacronistico, non incompreso, sicuramente non blogger. Pezzo minuscolo d'eterno e d'universo. Niente sfoghi esistenziali, niente esercizi di stile. Qui faccio filosofia – in versi perché il pensiero è musica, e la verità è poesia.

La verità da queste parti non la troverete, diciamocela tutta. Ma un tentativo, uno fra i tanti, forse sì. Una verità con la minuscola, come l'universo di cui è immagine, come la fantasiosa menzogna che intende negare, come il dio umano del quale è creazione.

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postato lunedì, 06 luglio 2009 alle ore 21:49 | permalink | commenti (1)
L'universo gentile
nel suo eterno riaversi
e tornare
mi verrà nuovamente a svegliare
dall'ultima morte.

Avrà acceso miliardi di occhi lucenti
da miliardi di anni
per guardarti passare una volta
mi spingerà a gesti a venirti a baciare
tirandomi in testa secchiate di pioggia
o di pietre e pensieri.

Non esiste poesia
come vedi
e non conta la rima
perché quel che fa piangere il mondo
e commuovere il tempo
è già scritto nei passi
nelle scie del tuo volto
e nei sogni che abbiamo.

Ti amerò forse
ti ameremo insieme
il cielo ed io
finché avremo corrente
per miliardi di anni
poi riandremo a dormire.


postato venerdì, 06 febbraio 2009 alle ore 17:39 | permalink | commenti (4)
Chiara, iride sfavillante
che perfori la notte dei sogni
ridicolizzi la mente
e fai inutili le parole

spara, tra oceani di sangue
dove nuotano stupidi tonni
avrai indietro il mio morso ruggente
[di notte]
su un letto di rose d'amore.


postato giovedì, 11 dicembre 2008 alle ore 12:54 | permalink | commenti (9)
La mia donna ed io
lo chiamavamo amare

la mia donna?
sì, la mia tanto per dire

la mia donna ed io
chiavavamo per volare
(come potevamo mai sapere)

la mia donna?
la sua ormai, per favore

(cercò del cazzo per piegar la noia
trovò le ali di fenice d'un [diverso] amore).


N.B.: Da non prendere troppo sul serio, m'è venuta nel dormiveglia inattesa, tragicomica, sgraziata e fuori tema esattamente come sembra essere.


postato martedì, 02 dicembre 2008 alle ore 14:48 | permalink | commenti (5)
Mi spalanco sulla testa un ombrello stellato
per non veder dicembre
o vederlo
come quando è vestito a festa
o quando giro ubriaco.

Perché so cosa penso del Cielo
ma non lui cosa pensa di me.

Concedeteci l'empatia stralunata del sesso
o quella dell'alcool,
la finzione di riconoscersi e sentirsi
levar le parole di bocca e specchiarsi
nei barbari vetri del parlare di un pazzo.

Ci vorrebbe un dio che ti guardasse
negli occhi mentre gli parli,
o una femmina col seno leggero
a farlo a suo nome o a distrarti
sulle note di piano d'una ninnananna.

Ci vorrebbe sapere il pensiero di Dio
e che lui vedesse quel che sogno io.


postato giovedì, 09 ottobre 2008 alle ore 23:35 | permalink | commenti (2)
La aspiro ancora, prima che si perda
poi l'aria va all'aria e rimane il frastuono
di chi marciava in mezzo alla merda
cedendo poi in fretta al tappeto buono
la mia maleodorante memoria.

Siamo bravi a dimenticare, sorella
e a far la vita con quel che è di moda
poi barattarla con una più bella
come lucertola che perde la coda
e neanche immagina esista la Storia.

Cambiamo tutto allora se occorre
cambiamo il tempo su cui comporre
la melodia audace della nostra vittoria.

Alziamo la voce, che fa stare bene, e poi le bottiglie, cerchiamo le rime per il bello di averle
voliamo veloce, come le altalene, giochiamo alle biglie, mangiamo le stelle solo per vomitarle.

E poi più forte, non punteggiato, quasi che il tempo non sia mai esistito.

Afferro l’aria spugnosa del fumo d’ottobre la spingo dentro comprimo diventa benzina posso essere tutto e lo voglio e ho carburante abbastanza per arrivare al prossimo cambio di tempo abbigliato ancora da dio.

Cambiamo ogni cosa, certo, se occorre
il tempo propone, sta al dio poi disporre
la via minuscola della sua gloria.


postato giovedì, 28 agosto 2008 alle ore 23:19 | permalink | commenti (5)
Foglie
foglie indecise
foglie puttane che baciano i rami
cadono
giù per i tronchi
ondeggiano lievi e ridono infami
vanno
alla terra convinte
che il mondo abbia posto per loro e un futuro
vita
oltre i muschi d'autunno
oltre siepi di more e ogni immobile muro.

Foglie
accusano il vento
dei loro capricci e della vanità.

Vento
vento d'oriente
vento che ingiuria la vita e l'amore
scuote
ogni cosa e poi ride
di querce svestite e senza colore
salice
piange sconvolto
sbarrando le palpebre a guisa di velo
l'uomo
serra le porte
pensando che pianga più tardi anche il cielo.

Vento
vien via con la falce
non salva la quercia che implora pietà.

Quercia
quercia derisa
quercia cui un tempo fu dato d'amare
scruta
le fronde perdute
le amanti infedeli che muoiono ignare
piange
poi a un tratto sorride
forse pensando al profumo del fiore
certo
riavrà in primavera
come una volta il suo verde splendore.

Quercia
le follie ingiallite
marcite nel fango non le piangerà.


postato sabato, 02 agosto 2008 alle ore 18:50 | permalink | commenti (2)
Gonna corta nera per gambe di latte
sinestesia di sensi e groppo in gola
fasci d'eroina vomitati nella notte
e asfalto sbriciolato in mezzo alle lenzuola.

Quanto poco costa invero l'impressione
d'essere amore insieme e non morire
il buio non fa domande e non cerca la ragione
e ubriachi come siamo non la sapremmo neanche dire.

Sicché tu stessa adesso
ricerca il mio silenzio sì come lui ti brama
perché non ha ragioni la ragione quando ama
prodigio senza trucchi, novella senza trama
interra le parole
come bestie nella tana.

Amo il tuo sorriso ed amo le tue tette
il modo che hai di non saper star sola
le tue intuizioni di farina un po' distratte
come gli occhi di una bimba che ritorna dalla scuola.

Il sapore che hai di libertà e prigione
e il tuo suicida non voler soffrire
i capelli come strade in alluvione
il tuo ingannarmi sempre senza mai mentire.

Sicché tu stessa adesso
spalanca pure gli occhi che non san tacere niente
di come sei infinita, insensata e intelligente
fa' sì che infiammi al rogo del tuo vivere ardente
cancella le domande
ché ogni risposta mente.

Perché non ha ragioni la ragione quando ama
passione non domanda
quando apre bocca esclama.


postato mercoledì, 25 giugno 2008 alle ore 01:57 | permalink | commenti (5)
        E senti allora,
        se pure ti ripetono che puoi
        fermarti a mezza via o in alto mare,
        che non c'è sosta per noi,
        ma strada, ancora strada,

        e che il cammino è sempre da ricominciare.


                                                    EUGENIO MONTALE, Poesie Disperse, A galla

        (a Martina)

La risacca del mare di notte assomiglia
all'infinito e all'eterno
osservati dal vetro di un treno

la schiuma racconta di morti affogati
e vite nate nel fondo e corre in avanti
e poi corre in avanti di nuovo

sei come l'eterno che bramo
la sola morte che esiste e che accetto
e che amo

che cambia forma e non si consuma
che esiste dopo la vita e durante
dove dicono già vivesse prima

sei l'assenza atroce che scurisce il presente
la luna nel pozzo fra i casolari
taciti e foschi lungo i binari

mi addormento sognando il ritorno
o non è che un risveglio
sento i tuoi passi e la voce qui intorno
e a ogni passo la sento un po' meglio

mi risveglio annusando i campi
capelli di grano e sudore di guazza
è mattina ed io ancora ti amo
sto tornando da te
imprendibile e pazza
sul binario opposto.


postato mercoledì, 27 febbraio 2008 alle ore 16:53 | permalink | commenti
Sotto un tronco dai capelli vermigli
aggrappato di sera alla pensilina
febbraio l'ubriaco
dettava all'uomo voragine i suoi cattivi consigli
surgelando i suoi occhi lustri con la sua brina
punzecchiando i suoi fianchi col vento
per vederlo tornare a casa
ormai vinto.

La dea della notte guardava per caso il suo viale
e forse commossa o anche lei ingentilita dal vino
come ai re orientali dei tempi del primo natale
pensò di donargli il segno di un diverso destino.

(Una buona volta se il cielo vuole
come faceva quand'era bambino
incapace solo di trovar le parole).

Ecco il sogno espresso correndo in stazione
sotto una stella cadente luminosa e sbilenca
interminabile
pareva dire andiamo che aspetti cazzone
senti te stesso e quello ch'è stato
e che vuoi che avvenga.

L'uomo voragine pensò alla donna arcobaleno
e a pugnalare la solitudine e le sue sentinelle
rivederla muta prima che riandasse il treno
nel suo futuro costruito in calce di stelle.

(Avrebbe amato anche lui senza dirlo
come già lei e come lui da bambino
incapace d'essere uno e capirlo).

Ora poteva vivere di sguardi muti e di tocchi
e le braccia lunghe fra il collo di lei e il cuscino
audace e sordo
e le palle per sborrarle in faccia e gli occhi
per piangere al buio e lei che dormiva
come il pupazzo avuto da bambino.


postato mercoledì, 02 gennaio 2008 alle ore 21:09 | permalink | commenti
Ho voglia d’orge e puttane e mucose riciclate
e eroina, cosa c’è di male, scelte estreme
e l’inebriante azzardo di azioni
senza nome e istruzioni.

Voglio leggere il mio nome marchiato
a fuoco e amore sul seno di una vergine, spararle
in fica e gettare il suo corpo squartato nel fiume, specchiando
dentro il mio volto, pensando che arriveranno al mare
insieme. Mi farebbe comodo una lavagna a muro
su cui riprodurre le configurazioni neuronali
di una certa notte d’ottobre, mostrare al mondo le ragioni chimiche
di questo improvviso professarmi dio. Potrei spargere tagliole
e lacci nel bosco, veder crepare nel sangue la libertà del cazzo
menzogna assurda di questo assurdo universo.

Voglio dare un senso a ciò che esiste, ché una spiegazione
a me stesso è tutto quel che so dare: ho provato a donare altrui
il mondo, e tutta la mia vita – ma non era un cazzo, e non
è mai valso niente per te, amore mio, lo capisco adesso. E
ora sputo sul mio passato e piscio sul futuro (le mie speranze
di cartone, reinterpretazioni in scala di grigi di sogni colorati
da bambino). E faccio come se il presente non ci sia.

Oggi non possiedo che rabbia, estasi isterica e felicità
recitata, e mi pitturo di bianco e di nero per risaltare
su questo sfondo di cartastagnola. Alterno insulti a versi d’amore
e tutto ciò che rimane di me è essere esagerato, come
ai tempi audaci che di certe cose – noi – ce ne fregavamo. Ma
è l’estrema ripercussione dell’estremo amore, e merita
d’essere celebrata al suono dell’estremo tripudio.

Ho voglia d’orge e puttane e di colpi assestati
come non avessi mai vissuto, affogare nelle lacrime
e nel sonno e perdonare a te il dolore
e la nostra fatalità a Dio, quello vero, mai creduto
e buono finora da queste parti giusto per bestemmiare.

Io perdono il dolore e il vacuo orrore di ciò che sei, e
smetto di ucciderti per cessare di morire, ora semplicemente
comincio a aspettare, ancora estremo, esagerato
e incontenibile – semplicemente aspettare.


postato mercoledì, 22 agosto 2007 alle ore 17:38 | permalink | commenti
        Tutto fu ambìto / e tutto fu tentato. / Quel che non fu fatto
        io lo sognai; / e tanto era l’ardore / che il sogno eguagliò l’atto.


                                                              GABRIELE D’ANNUNZIO, Laudi, Maia

Esaurimmo ogni plausibile risposta
divertiti come chi oramai non teme e vede e pensa,
la domanda successiva era nascosta
dietro l’ardere accecante della nostra supponenza.
A mezzodì il sole abbagliava la piazza
non vedevamo l’ombra, il dubbio, la nostra sconvenienza
come un ubriaco od un’amante pazza
faticano a slegare il certo e l’ammaliante parvenza.
Dopo le otto la piazza ingigantiva,
la tua bellezza si stampava bislunga sull’asfalto,
impressione semplice palese e viva
un po’ smorzata nell’arancio del sole meno alto,
nell’ultimo tramonto scorso invano,
alibi sfacciato, scusa inconsistente e senza smalto
per tenerci ancora mano nella mano
come chi mirando cielo e terra anela al grande salto.
Il sogno avuto qui e compiuto lontano.
Il volo di noi due a metà agosto,
la scoperta del mondo a ogni costo,
pel gusto già di domandare, non ché ci fosse poi risposto.

Di che avresti amato indagare, se siamo,
mio amore, o perché, se moriremo o non vivemmo mai,
se è vita viva quel che siamo e sentiamo
o un’età della materia informe in un continuo viavai,
corpi nudi così infreddoliti e sciocchi
da pensare d’esistere, porcili astratti e puttanai,
microbi inetti che puntano ciechi occhi
per eterne frazioni d’eterno su inesistenti guai.
O prediligi il tempo umano, milady,
quello che apre i sensi e li uccide o così fa sembrare,
che rende logico l’assurdo che vedi,
colui che finge in essere il suo ininterrotto mutare.
Il tempo della chimica e del pensiero,
dell’attesa di me la sera, della pioggia sul mare,
dell’ambìto, del vaneggiato e del vero,
del tabacco che si consuma, della noia e di amare.
Il tempo arancio ripassato sul nero.
Il volo di noi due a metà agosto,
godimento del mondo a ogni costo,
innamorarsi e innamorare, senza dire come e in che posto.

Schernivi acre e mefistofelica il sacro,
grossolana classifica a punti dei nostri tesori,
gustando briosa l’avvilimento e il massacro
di quel Dio disumano e dei suoi evangelizzatori.
Sacro e eterno non fu il padre ma i figli,
festosamente costretti a riavere forme e colori
come mimose a marzo o d’estate i gigli
fabbriche inesauribili di frenesie e di odori.
L’identico riaversi dell’universo
empio e fatale sarà la legge che proibisce ogni legge,
nessun prete né imperatore perverso
legislerà mai l’ordine tragico che ci sorregge.
Lo scoppio incessante del cuore del mondo,
l’inseguirsi furioso di mille miliardi di schegge,
ci renderà fiamme del fuoco rotondo,
immortali e liete come ciò che l’eterno protegge.
Il sempre nell’ora, il culmine nel fondo.
Il volo di noi due a metà agosto,
la potenza del mondo a ogni costo
gonfierà di vento le tasche, e non diremo mai non c’è posto.