Ho voglia d’orge e puttane e mucose riciclate
e eroina, cosa c’è di male, scelte estreme
e l’inebriante azzardo di azioni
senza nome e istruzioni.
Voglio leggere il mio nome marchiato
a fuoco e amore sul seno di una vergine, spararle
in fica e gettare il suo corpo squartato nel fiume, specchiando
dentro il mio volto, pensando che arriveranno al mare
insieme. Mi farebbe comodo una lavagna a muro
su cui riprodurre le configurazioni neuronali
di una certa notte d’ottobre, mostrare al mondo le ragioni chimiche
di questo improvviso professarmi dio. Potrei spargere tagliole
e lacci nel bosco, veder crepare nel sangue la libertà del cazzo
menzogna assurda di questo assurdo universo.
Voglio dare un senso a ciò che esiste, ché una spiegazione
a me stesso è tutto quel che so dare: ho provato a donare altrui
il mondo, e tutta la mia vita – ma non era un cazzo, e non
è mai valso niente per te, amore mio, lo capisco adesso. E
ora sputo sul mio passato e piscio sul futuro (le mie speranze
di cartone, reinterpretazioni in scala di grigi di sogni colorati
da bambino). E faccio come se il presente non ci sia.
Oggi non possiedo che rabbia, estasi isterica e felicità
recitata, e mi pitturo di bianco e di nero per risaltare
su questo sfondo di cartastagnola. Alterno insulti a versi d’amore
e tutto ciò che rimane di me è essere esagerato, come
ai tempi audaci che di certe cose – noi – ce ne fregavamo. Ma
è l’estrema ripercussione dell’estremo amore, e merita
d’essere celebrata al suono dell’estremo tripudio.
Ho voglia d’orge e puttane e di colpi assestati
come non avessi mai vissuto, affogare nelle lacrime
e nel sonno e perdonare a te il dolore
e la nostra fatalità a Dio, quello vero, mai creduto
e buono finora da queste parti giusto per bestemmiare.
Io perdono il dolore e il vacuo orrore di ciò che sei, e
smetto di ucciderti per cessare di morire, ora semplicemente
comincio a aspettare, ancora estremo, esagerato
e incontenibile – semplicemente aspettare.
Tutto fu ambìto / e tutto fu tentato. / Quel che non fu fatto
io lo sognai; / e tanto era l’ardore / che il sogno eguagliò l’atto.
GABRIELE D’ANNUNZIO, Laudi, Maia
Esaurimmo ogni plausibile risposta
divertiti come chi oramai non teme e vede e pensa,
la domanda successiva era nascosta
dietro l’ardere accecante della nostra supponenza.
A mezzodì il sole abbagliava la piazza
non vedevamo l’ombra, il dubbio, la nostra sconvenienza
come un ubriaco od un’amante pazza
faticano a slegare il certo e l’ammaliante parvenza.
Dopo le otto la piazza ingigantiva,
la tua bellezza si stampava bislunga sull’asfalto,
impressione semplice palese e viva
un po’ smorzata nell’arancio del sole meno alto,
nell’ultimo tramonto scorso invano,
alibi sfacciato, scusa inconsistente e senza smalto
per tenerci ancora mano nella mano
come chi mirando cielo e terra anela al grande salto.
Il sogno avuto qui e compiuto lontano.
Il volo di noi due a metà agosto,
la scoperta del mondo a ogni costo,
pel gusto già di domandare, non ché ci fosse poi risposto.
Di che avresti amato indagare, se siamo,
mio amore, o perché, se moriremo o non vivemmo mai,
se è vita viva quel che siamo e sentiamo
o un’età della materia informe in un continuo viavai,
corpi nudi così infreddoliti e sciocchi
da pensare d’esistere, porcili astratti e puttanai,
microbi inetti che puntano ciechi occhi
per eterne frazioni d’eterno su inesistenti guai.
O prediligi il tempo umano, milady,
quello che apre i sensi e li uccide o così fa sembrare,
che rende logico l’assurdo che vedi,
colui che finge in essere il suo ininterrotto mutare.
Il tempo della chimica e del pensiero,
dell’attesa di me la sera, della pioggia sul mare,
dell’ambìto, del vaneggiato e del vero,
del tabacco che si consuma, della noia e di amare.
Il tempo arancio ripassato sul nero.
Il volo di noi due a metà agosto,
godimento del mondo a ogni costo,
innamorarsi e innamorare, senza dire come e in che posto.
Schernivi acre e mefistofelica il sacro,
grossolana classifica a punti dei nostri tesori,
gustando briosa l’avvilimento e il massacro
di quel Dio disumano e dei suoi evangelizzatori.
Sacro e eterno non fu il padre ma i figli,
festosamente costretti a riavere forme e colori
come mimose a marzo o d’estate i gigli
fabbriche inesauribili di frenesie e di odori.
L’identico riaversi dell’universo
empio e fatale sarà la legge che proibisce ogni legge,
nessun prete né imperatore perverso
legislerà mai l’ordine tragico che ci sorregge.
Lo scoppio incessante del cuore del mondo,
l’inseguirsi furioso di mille miliardi di schegge,
ci renderà fiamme del fuoco rotondo,
immortali e liete come ciò che l’eterno protegge.
Il sempre nell’ora, il culmine nel fondo.
Il volo di noi due a metà agosto,
la potenza del mondo a ogni costo
gonfierà di vento le tasche, e non diremo mai non c’è posto.