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I
So di montagne di vetro e cemento
di là dal fiume
e mura di pietra per rompere il vento.
So di mercati di bocche e di amanti
rose di carta
che crescono in mano ai vecchi ambulanti,
sanno di male, di ferro e sudore
freddo e pattume
poiché è sacrilegio sognarne l'odore.
Fumo e mattoni fra te e l'orizzonte
perché non parta
lo sguardo o la mente – perdendosi fuori della propria fronte.
Eclissano il sole e forse anche Dio
e quel che a noi vivi è negato sognare.
II
Io e i miei fratelli spariamo alle foglie
e agli sciacalli
celati furtivi sulle nostre soglie.
Io e i miei fratelli le notti di luglio
su la montagna
scopriamo le stelle anche dentro a un cespuglio,
nei pomeriggi dorati di aprile
tra i fiori gialli
danziamo ubriachi affogati di miele.
Vento asseconda le chiome e le creste
pioggia le bagna
sangue le tinge – e non c'è nessuno che giaccia mai triste.
Bestemmiamo gli uomini e spesso anche Dio
perché non sempre ci è dato ammazzare.
III
So che il più grande di tutti gli abbracci
è quello più piccolo – fra noi pagliacci
esiliati dal mondo infinito.
Asfalteranno la verde erba delle nostre menti
donandoci un dio – santi ciechi e dementi
nascosti da un cielo annebbiato.
Dovranno passare il fiume e scalare la roccia e arrivare quassù.
Da qui puoi far fuoco persino su Dio
e su chiunque ti faccia incazzare.
Un pomeriggio lo cercammo tra i faggi
come una pianta rampicante o un cesto
di castagne morsicate e lasciate nei paraggi
e col pensiero oliva noi di foglia e biancospino
dimenticammo i vecchi in basso, sui teloni
a far fumare il pane e l'olio e a far cadere il vino.
Giocavamo insieme a rimpiattino, e noi, noi
lo cercavamo stanchi e un po' felici, Dio bambino.
Certo la corsa e i sassi consumavano le suole
e un'ora un po' più fredda t'inchiodava gli occhi
chiedendo di cercare anche di notte, tra le aiuole
quelle dipinte col pensiero dassù il letto a castello
su cui chi chiuse gli occhi poi si svegliò già grande,
appeso a una bottiglia, ad una donna o ad un anello.
La festa terminò solo il mattino, e noi, noi
lo immaginammo a casa un po' felice, Dio bambino.
Non c'era già più posto per le foglie nella borsa
né per i supersantos e neanche per la primavera
pesava troppo il tempo, il sangue, il sudore della corsa
come l'atomica in un dì di pace, o un'erezione in spiaggia
comprendemmo che è l'inverno a portar giù la neve
non quella, scesa già per caso, che lì sola lo incoraggia.
Non eravamo più buoni a giocare, e noi, noi
non eravamo neanche più felici, Dio maiale.
[Ma impareremo a essere inverno e non un temporale, e Dio, Dio
potrà vederci credere felici, nascondersi e non farsi trovare].
Appendilo in alto il lampione
e non portarmi via ancora tempo
ne ho abbastanza di calci nel culo
da questa mia ombra.
Io non parlo a chi si nasconde
non ha mai mangiato la neve
non ha scritto poesie
non ha fatto l'amore.
Rimani pure inchiodato alla croce
e a soffrire come ciò che hai creato
prova un po' tu a morire da solo
come questa gente.
Io non piango chi non difende
la vita sua e di chi dice d'amare
non ha scritto poesie
non ha visto morire.
Portati via tutte le tue candele
e poi lasciaci il sole e la pace
chiameremo il tuo nome morendo
o se saremo felici.
Io non piango dentro le onde
per nascondere timido il pianto
scrivo nelle poesie
la dolcezza e il dolore.
Appendilo in fretta il lampione
e non portarci via ancora tempo
abbiamo voglia di andarci a baciare
sotto gli occhi di tutti.
Lei non sta con chi si nasconde
sa di luce di fuoco e sudore
come certe poesie
come fare l'amore.
Mi spalanco sulla testa un ombrello stellato
per non veder dicembre
o vederlo
come quando è vestito a festa
o quando giro ubriaco.
Perché so cosa penso del Cielo
ma non lui cosa pensa di me.
Concedeteci l'empatia stralunata del sesso
o quella dell'alcool,
la finzione di riconoscersi e sentirsi
levar le parole di bocca e specchiarsi
nei barbari vetri del parlare di un pazzo.
Ci vorrebbe un dio che ti guardasse
negli occhi mentre gli parli,
o una femmina col seno leggero
a farlo a suo nome o a distrarti
sulle note di piano d'una ninnananna.
Ci vorrebbe sapere il pensiero di Dio
e che lui vedesse quel che sogno io.
Si j'ai perdu mes jours dans la volupté, ah! rendez-les-moi,
grands dieux, pour les reperdre encore.
J. O. DE LA METTRIE, L'Art De Jouir
Drogato di momenti fatti durare
di fica e di sguardi di sirena, ogni volta
inaspettati – di ketamina per volare
e ritmo e ingenue tentazioni di rivolta,
ecco l'uomo – ecco il serpente
una gabbia dalle sbarre troppo aperte
l'eroe del tempo eterno e del niente
e una madonna con le tette scoperte
fanno l'amore e la guerra su un letto
fissando il tempo ed il suo contrario
il mutamento e il silenzio perfetto
e un orologio che non mostra l'orario.
Sanno a memoria i momenti, e sanno di esserci già stati
il tempo ricrea i mondi, le lune, le primavere, le estati
il serpente si morde lentamente la coda e la ingoia
non è detto che ciò che trascorre – necessariamente muoia.
Userà per miliardi di versi le stesse parole
identico pure lui e da se stesso obbligato
a riessere ineluttabilmente quel ch'egli vuole.
Ecco l'araba fenice risorgere e il fuoco
riaccendersi – ecco ancora la tentazione,
la rivolta e le sirene, riecco partire il gioco
piroettante e perpetuo come un pallone.
Il big bang avviene nel cuore, ogni giorno
dio è un dinosauro e una macchina alata
di un futuro lontano, dio è tutto intorno
dio è un ubriaco e una chitarra stonata
dio è un rettile idiota che si morde la coda.
La morde lentamente poi lentamente la ingoia
in questo mondo è tutto oblio – ma non esiste la noia.
Mostratemi quale legge mi vieta
di tagliarmi un pezzo di cuore
per rinchiudervi dentro l'amore:
uso il cuore anche per ammazzare
e detesto accatastare gli errori.
Possiedo la coscienza morale di un uomo che dorme
vivo della morte dei neuroni e di regole infrante
volo con ali bruciate però volo distante
la fisica è limite e morte ed io so farne a meno.
Contro il Dio infame anfetamine, anarchia e distorsione
per rabbia, amore o sangue che pompa a comando
l'innocente muore di febbre, di poesia e di passione
coma etilico overdose d'endorfine non fa differenza
la chimica quella sì è vita e non posso far senza.
Quella che amo più di tutte è la vita bestemmiata
cortili occupati rutti in faccia e una monaca stuprata
possedere l'amore di una troia o la fica di una fata.
Non m'importa neanche costruire, m'importa modellare
l'universo è marmo informe da scolpire e bombardare.
Il mio grido è tritolo e la poesia è dinamite
ma la guerra un pacifista la fa solo con dio
quello con la minuscola, quello che vende i vestiti
quello che censisce cestina censura le vite.
Sono dio minuscolo io stesso, faccio genesi ogni giorno
e mi piscio sulle scarpe come fanno gli ubriachi
e in faccia agli dei inumani che mi ridono attorno
darsi delle regole è immorale, molto più che farsele dare
sopravvivere fa male e nulla al mondo è più sleale
di morire.
Noi giusti amiamo vivere e scoparci l'Utopia
per poi mandare al mondo la sua prole
non pensiamo sia una meta l'anarchia
ma godere e incazzarsi ogni ora proprio come far l'amore.
La rivoluzione delle menti nasce dalla mente già in rivolta
la mente di un pazzo o quella di un cretino
dal frastuono inorecchiabile di una chitarra distorta
o la smaniosa insonnia di una notte di vino.
La rivoluzione delle menti è clonazione divina
dà corrente come un lampo a ogni cosa vicina
è sognare di sognare finché viene mattina.
Mattina è mal di testa che tormenta il sonno
del nottambulo rientrato ubriaco e gaudente
solo di notte può fuggire il prigioniero
solo di notte può trionfare il perdente
di notte un nano può pensarsi un gigante.
Mostratemi quale legge mi vieta
d'essere dio in un pianeta di dei
aiutatemi voi a spegnere il sole
o penserò a spegnerlo per cazzi miei.