Non complesso, non anacronistico, non incompreso, sicuramente non blogger. Pezzo minuscolo d'eterno e d'universo. Niente sfoghi esistenziali, niente esercizi di stile. Qui faccio filosofia – in versi perché il pensiero è musica, e la verità è poesia.

La verità da queste parti non la troverete, diciamocela tutta. Ma un tentativo, uno fra i tanti, forse sì. Una verità con la minuscola, come l'universo di cui è immagine, come la fantasiosa menzogna che intende negare, come il dio umano del quale è creazione.

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postato lunedì, 06 luglio 2009 alle ore 21:49 | permalink | commenti (1)
L'universo gentile
nel suo eterno riaversi
e tornare
mi verrà nuovamente a svegliare
dall'ultima morte.

Avrà acceso miliardi di occhi lucenti
da miliardi di anni
per guardarti passare una volta
mi spingerà a gesti a venirti a baciare
tirandomi in testa secchiate di pioggia
o di pietre e pensieri.

Non esiste poesia
come vedi
e non conta la rima
perché quel che fa piangere il mondo
e commuovere il tempo
è già scritto nei passi
nelle scie del tuo volto
e nei sogni che abbiamo.

Ti amerò forse
ti ameremo insieme
il cielo ed io
finché avremo corrente
per miliardi di anni
poi riandremo a dormire.


postato mercoledì, 13 maggio 2009 alle ore 01:52 | permalink | commenti (1)
'Bene andate, è già mattina'
monta in macchina anche il fumo
di gasolio e nicotina

l’uomo in blu riaccende gli abbaglianti
sugli abiti da sera
di bambine luccicanti
vecchie ad orologeria

stampa il fango sui pedali
poi fa 'largo!' con le mani.
'Una vita od una notte sola
anche fosse, che differenza fa

se ritorna, inzuppa le lenzuola
ed è l'unica che uno ha'.


postato sabato, 19 luglio 2008 alle ore 00:33 | permalink | commenti (3)
      Mi metto in tasca l'asfalto rovente e i fiori e il barbecue
dei vicini, o per lo meno: me ne metto in tasca l'odore.
Sentire ma non toccare è la santa legge di luglio
da queste parti. La finestra di casa è un filtro e l'intero
mondo un dubbio, l'inverno intuizione che diventa emozione.
      Mi metto in tasca l'astrazione di tutto ciò che è vero, il racconto
di un sogno, l'odore dell'erba verde calpestata da gocce di pioggia
già dissolte nell'aria bruciata. Sentire ma non toccare, signori,
le cose vere a luglio stanno nell'aria, cercarne la causa
può farle morire. Sento voglia d'inverno, emozioni congelate
per decisioni sicure, e perché no, tendenze suicide e buio
di mattina, sento voglia di Nord, vento in faccia e potenza.
      Sentire ma non toccare, signori: non vorrete farle appassire.
      Sento odore di Felicità in questo luglio ed ho voglia d'inverno
e di possederLa. Dietro a ogni odore c'è un oggetto e una causa
che vorresti toccare. E anche Lei la vorresti toccare, e vorresti parlare
e parlare ancora poiché non ti basta - e non ti basta, e non
basterà mai, immaginarla parlare.
      E infine smetterla con la fantasia.
      Ma la fantasia è una cella frigorifera che protegge ogni cosa
e non lascia morire, anzi rende duro e tagliente e lucente e vivo
tutto ciò che ameresti possedere e non solo sentire.
      Mi metto in tasca il Suo nome e le migliori fotografie e continuo
a sospirare. Una vita con Lei, o anche mezza o diciamo soltanto
un istante, che può cambiare. Imbarazzo, parole sbagliate, tremore,
il più insignificante momento. Io so bene che ogni cosa come l'inverno
anche nel luglio più secco e bollente è destinata a tornare.
      E so come fare per farla bastare.


postato mercoledì, 25 giugno 2008 alle ore 01:57 | permalink | commenti (5)
        E senti allora,
        se pure ti ripetono che puoi
        fermarti a mezza via o in alto mare,
        che non c'è sosta per noi,
        ma strada, ancora strada,

        e che il cammino è sempre da ricominciare.


                                                    EUGENIO MONTALE, Poesie Disperse, A galla

        (a Martina)

La risacca del mare di notte assomiglia
all'infinito e all'eterno
osservati dal vetro di un treno

la schiuma racconta di morti affogati
e vite nate nel fondo e corre in avanti
e poi corre in avanti di nuovo

sei come l'eterno che bramo
la sola morte che esiste e che accetto
e che amo

che cambia forma e non si consuma
che esiste dopo la vita e durante
dove dicono già vivesse prima

sei l'assenza atroce che scurisce il presente
la luna nel pozzo fra i casolari
taciti e foschi lungo i binari

mi addormento sognando il ritorno
o non è che un risveglio
sento i tuoi passi e la voce qui intorno
e a ogni passo la sento un po' meglio

mi risveglio annusando i campi
capelli di grano e sudore di guazza
è mattina ed io ancora ti amo
sto tornando da te
imprendibile e pazza
sul binario opposto.


postato mercoledì, 05 marzo 2008 alle ore 16:17 | permalink | commenti (1)
Uroboro, miniatura araba del XVIII sec.

        Si j'ai perdu mes jours dans la volupté, ah! rendez-les-moi,
        grands dieux, pour les reperdre encore.


                                                           J. O. DE LA METTRIE, L'Art De Jouir

Drogato di momenti fatti durare
di fica e di sguardi di sirena, ogni volta
inaspettati – di ketamina per volare
e ritmo e ingenue tentazioni di rivolta,

ecco l'uomo – ecco il serpente
una gabbia dalle sbarre troppo aperte
l'eroe del tempo eterno e del niente
e una madonna con le tette scoperte

fanno l'amore e la guerra su un letto
fissando il tempo ed il suo contrario
il mutamento e il silenzio perfetto
e un orologio che non mostra l'orario.

Sanno a memoria i momenti, e sanno di esserci già stati
il tempo ricrea i mondi, le lune, le primavere, le estati
il serpente si morde lentamente la coda e la ingoia
non è detto che ciò che trascorre – necessariamente muoia.

Userà per miliardi di versi le stesse parole
identico pure lui e da se stesso obbligato
a riessere ineluttabilmente quel ch'egli vuole.

Ecco l'araba fenice risorgere e il fuoco
riaccendersi – ecco ancora la tentazione,
la rivolta e le sirene, riecco partire il gioco
piroettante e perpetuo come un pallone.

Il big bang avviene nel cuore, ogni giorno
dio è un dinosauro e una macchina alata
di un futuro lontano, dio è tutto intorno
dio è un ubriaco e una chitarra stonata

dio è un rettile idiota che si morde la coda.
La morde lentamente poi lentamente la ingoia
in questo mondo è tutto oblio – ma non esiste la noia.


postato mercoledì, 22 agosto 2007 alle ore 17:38 | permalink | commenti
        Tutto fu ambìto / e tutto fu tentato. / Quel che non fu fatto
        io lo sognai; / e tanto era l’ardore / che il sogno eguagliò l’atto.


                                                              GABRIELE D’ANNUNZIO, Laudi, Maia

Esaurimmo ogni plausibile risposta
divertiti come chi oramai non teme e vede e pensa,
la domanda successiva era nascosta
dietro l’ardere accecante della nostra supponenza.
A mezzodì il sole abbagliava la piazza
non vedevamo l’ombra, il dubbio, la nostra sconvenienza
come un ubriaco od un’amante pazza
faticano a slegare il certo e l’ammaliante parvenza.
Dopo le otto la piazza ingigantiva,
la tua bellezza si stampava bislunga sull’asfalto,
impressione semplice palese e viva
un po’ smorzata nell’arancio del sole meno alto,
nell’ultimo tramonto scorso invano,
alibi sfacciato, scusa inconsistente e senza smalto
per tenerci ancora mano nella mano
come chi mirando cielo e terra anela al grande salto.
Il sogno avuto qui e compiuto lontano.
Il volo di noi due a metà agosto,
la scoperta del mondo a ogni costo,
pel gusto già di domandare, non ché ci fosse poi risposto.

Di che avresti amato indagare, se siamo,
mio amore, o perché, se moriremo o non vivemmo mai,
se è vita viva quel che siamo e sentiamo
o un’età della materia informe in un continuo viavai,
corpi nudi così infreddoliti e sciocchi
da pensare d’esistere, porcili astratti e puttanai,
microbi inetti che puntano ciechi occhi
per eterne frazioni d’eterno su inesistenti guai.
O prediligi il tempo umano, milady,
quello che apre i sensi e li uccide o così fa sembrare,
che rende logico l’assurdo che vedi,
colui che finge in essere il suo ininterrotto mutare.
Il tempo della chimica e del pensiero,
dell’attesa di me la sera, della pioggia sul mare,
dell’ambìto, del vaneggiato e del vero,
del tabacco che si consuma, della noia e di amare.
Il tempo arancio ripassato sul nero.
Il volo di noi due a metà agosto,
godimento del mondo a ogni costo,
innamorarsi e innamorare, senza dire come e in che posto.

Schernivi acre e mefistofelica il sacro,
grossolana classifica a punti dei nostri tesori,
gustando briosa l’avvilimento e il massacro
di quel Dio disumano e dei suoi evangelizzatori.
Sacro e eterno non fu il padre ma i figli,
festosamente costretti a riavere forme e colori
come mimose a marzo o d’estate i gigli
fabbriche inesauribili di frenesie e di odori.
L’identico riaversi dell’universo
empio e fatale sarà la legge che proibisce ogni legge,
nessun prete né imperatore perverso
legislerà mai l’ordine tragico che ci sorregge.
Lo scoppio incessante del cuore del mondo,
l’inseguirsi furioso di mille miliardi di schegge,
ci renderà fiamme del fuoco rotondo,
immortali e liete come ciò che l’eterno protegge.
Il sempre nell’ora, il culmine nel fondo.
Il volo di noi due a metà agosto,
la potenza del mondo a ogni costo
gonfierà di vento le tasche, e non diremo mai non c’è posto.