Non complesso, non anacronistico, non incompreso, sicuramente non blogger. Pezzo minuscolo d'eterno e d'universo. Niente sfoghi esistenziali, niente esercizi di stile. Qui faccio filosofia – in versi perché il pensiero è musica, e la verità è poesia.

La verità da queste parti non la troverete, diciamocela tutta. Ma un tentativo, uno fra i tanti, forse sì. Una verità con la minuscola, come l'universo di cui è immagine, come la fantasiosa menzogna che intende negare, come il dio umano del quale è creazione.

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sono stati qui *loading* piccoli dei, di cui attualmente in attività.
postato venerdì, 06 marzo 2009 alle ore 18:30 | permalink | commenti (3)
Non audaci abbastanza da saltare i fossi
ma aleggiamo fra i glicini come pettirossi
deridiamo dall'alto la morte come fanno i cipressi.

Non vigliacchi già al punto di cambiare strada
ma piangiamo al mattino come terra e rugiada
e patendo ogni raggio di sole quasi fosse una spada.

Siamo tanto vivi e distratti da procedere dritti
ingiuriando gli anfibi bagnati o restando anche zitti
non diciamo mai 'Morte', 'Noi inetti', 'Siamo stati sconfitti'.


postato domenica, 01 giugno 2008 alle ore 05:23 | permalink | commenti (6)
E cani abbaiano
sotto le nuvole
uomini muoiono

(sono le regole)
  sopra le tegole
forse consolano
spontanee primule

fumo di gesso
brucia i polmoni
arde il cipresso
rotto dai tuoni

la vita
  è un cesso
la vita
  è un cesso
ubriaconi
nulla è concesso
alle illusioni.


N.B.: Da leggere fino alla fine e poi a ritroso, dall'ultimo verso fino al primo.


postato venerdì, 18 aprile 2008 alle ore 00:20 | permalink | commenti (2)
La pioggia buca
come aghi d'abete
le tegole e il prato
la pioggia placa
lenisce la sete
deterge il passato
poi si lascia asciugare dal sole.

Com'eravamo bravi a bagnarci guardando il cielo
infreddoliti e pallidi sotto l'unico velo
ricordi? – e la pioggia cadeva, lavando il pensiero.

Tornammo a casa ubriachi d'amore
gridando, bevendo dal pozzo,
scaldandoci al sole.
(Piovve. Chi di noi disse
la pioggia ora è morta?)
– Dicemmo solo ha piovuto.

La vita morde
succhia l'anima e il sangue
i pensieri e le azioni
la vita disperde
consuma e poi estingue
divorando emozioni
ma ci lascia scaldare dal sole.

Nei miei occhi lo smarrimento gaudente del pazzo,
ho consumato il tempo il mio corpo e lo spazio
come botte di vino, ed ho il cuore ormai sazio.

Lascio il mondo ubriaco d'amore
ridendo, ingoiando la pioggia,
sfregando a terra le suole.
(Vissi. Chi di voi ha udito
ahimé sono morto?)
– Ho sempre detto ho vissuto.


postato mercoledì, 22 agosto 2007 alle ore 17:38 | permalink | commenti
        Tutto fu ambìto / e tutto fu tentato. / Quel che non fu fatto
        io lo sognai; / e tanto era l’ardore / che il sogno eguagliò l’atto.


                                                              GABRIELE D’ANNUNZIO, Laudi, Maia

Esaurimmo ogni plausibile risposta
divertiti come chi oramai non teme e vede e pensa,
la domanda successiva era nascosta
dietro l’ardere accecante della nostra supponenza.
A mezzodì il sole abbagliava la piazza
non vedevamo l’ombra, il dubbio, la nostra sconvenienza
come un ubriaco od un’amante pazza
faticano a slegare il certo e l’ammaliante parvenza.
Dopo le otto la piazza ingigantiva,
la tua bellezza si stampava bislunga sull’asfalto,
impressione semplice palese e viva
un po’ smorzata nell’arancio del sole meno alto,
nell’ultimo tramonto scorso invano,
alibi sfacciato, scusa inconsistente e senza smalto
per tenerci ancora mano nella mano
come chi mirando cielo e terra anela al grande salto.
Il sogno avuto qui e compiuto lontano.
Il volo di noi due a metà agosto,
la scoperta del mondo a ogni costo,
pel gusto già di domandare, non ché ci fosse poi risposto.

Di che avresti amato indagare, se siamo,
mio amore, o perché, se moriremo o non vivemmo mai,
se è vita viva quel che siamo e sentiamo
o un’età della materia informe in un continuo viavai,
corpi nudi così infreddoliti e sciocchi
da pensare d’esistere, porcili astratti e puttanai,
microbi inetti che puntano ciechi occhi
per eterne frazioni d’eterno su inesistenti guai.
O prediligi il tempo umano, milady,
quello che apre i sensi e li uccide o così fa sembrare,
che rende logico l’assurdo che vedi,
colui che finge in essere il suo ininterrotto mutare.
Il tempo della chimica e del pensiero,
dell’attesa di me la sera, della pioggia sul mare,
dell’ambìto, del vaneggiato e del vero,
del tabacco che si consuma, della noia e di amare.
Il tempo arancio ripassato sul nero.
Il volo di noi due a metà agosto,
godimento del mondo a ogni costo,
innamorarsi e innamorare, senza dire come e in che posto.

Schernivi acre e mefistofelica il sacro,
grossolana classifica a punti dei nostri tesori,
gustando briosa l’avvilimento e il massacro
di quel Dio disumano e dei suoi evangelizzatori.
Sacro e eterno non fu il padre ma i figli,
festosamente costretti a riavere forme e colori
come mimose a marzo o d’estate i gigli
fabbriche inesauribili di frenesie e di odori.
L’identico riaversi dell’universo
empio e fatale sarà la legge che proibisce ogni legge,
nessun prete né imperatore perverso
legislerà mai l’ordine tragico che ci sorregge.
Lo scoppio incessante del cuore del mondo,
l’inseguirsi furioso di mille miliardi di schegge,
ci renderà fiamme del fuoco rotondo,
immortali e liete come ciò che l’eterno protegge.
Il sempre nell’ora, il culmine nel fondo.
Il volo di noi due a metà agosto,
la potenza del mondo a ogni costo
gonfierà di vento le tasche, e non diremo mai non c’è posto.