I
So di montagne di vetro e cemento
di là dal fiume
e mura di pietra per rompere il vento.
So di mercati di bocche e di amanti
rose di carta
che crescono in mano ai vecchi ambulanti,
sanno di male, di ferro e sudore
freddo e pattume
poiché è sacrilegio sognarne l'odore.
Fumo e mattoni fra te e l'orizzonte
perché non parta
lo sguardo o la mente – perdendosi fuori della propria fronte.
Eclissano il sole e forse anche Dio
e quel che a noi vivi è negato sognare.
II
Io e i miei fratelli spariamo alle foglie
e agli sciacalli
celati furtivi sulle nostre soglie.
Io e i miei fratelli le notti di luglio
su la montagna
scopriamo le stelle anche dentro a un cespuglio,
nei pomeriggi dorati di aprile
tra i fiori gialli
danziamo ubriachi affogati di miele.
Vento asseconda le chiome e le creste
pioggia le bagna
sangue le tinge – e non c'è nessuno che giaccia mai triste.
Bestemmiamo gli uomini e spesso anche Dio
perché non sempre ci è dato ammazzare.
III
So che il più grande di tutti gli abbracci
è quello più piccolo – fra noi pagliacci
esiliati dal mondo infinito.
Asfalteranno la verde erba delle nostre menti
donandoci un dio – santi ciechi e dementi
nascosti da un cielo annebbiato.
Dovranno passare il fiume e scalare la roccia e arrivare quassù.
Da qui puoi far fuoco persino su Dio
e su chiunque ti faccia incazzare.
Non audaci abbastanza da saltare i fossi
ma aleggiamo fra i glicini come pettirossi
deridiamo dall'alto la morte come fanno i cipressi.
Non vigliacchi già al punto di cambiare strada
ma piangiamo al mattino come terra e rugiada
e patendo ogni raggio di sole quasi fosse una spada.
Siamo tanto vivi e distratti da procedere dritti
ingiuriando gli anfibi bagnati o restando anche zitti
non diciamo mai 'Morte', 'Noi inetti', 'Siamo stati sconfitti'.
(aprile 2004)
I
Non si vive per
starsene a guardare.
Ho scoperto di essere poesia
e voglio urlarlo a tutti.
Non smetterò mai.
II
Vivevo da uomo libero
quando la solitudine era libertà
e da capobranco a volte
ingannandomi di fronte a uno specchio.
Ero solo come le stelle
nel cielo profumato e tetro di
primavera. E brillavo.
Ridevo della luna e dei lupi
che le ululavano addosso
e in silenzio aspettavo di uscire
e addormentarmi e sognare.
Bastava aprir la porta e gridare
per farsi sentire. Ma persino un buffone
vuole essere libero a volte
di pregare e imbrogliarsi e brillare.
III
Il piccolo uomo sognava di morire ma non
poteva. Lui non aveva gambe per danzare
e niente braccia per stringer l'amore.
Ogni notte (perché nessuno lo vedeva)
coi denti apriva una cassetta
e ogni notte vi piangeva. Vi lasciava cadere una
lacrima. Una soltanto. Poi prima di dormire la richiudeva.
Un vecchio uomo stanotte ha riaperto la cassetta. È
una notte come tante altre solo più ultima e fredda
e all'improvviso
il piccolo scrigno ha sputato l'oceano
e il mare di sale e denso di una vita d'inferno.
Il vecchio uomo sta affogando nel suo abisso
e cadendo sorride
martire e sovrano d'un sogno. Finalmente.
Dicono che mare faccia rima con sognare
e che morire sia un po' come scopare. Nel mio sogno
sento sussurrare il suo nome.
IV
A che serve far sogni hanno chiesto
e chinarsi di notte sull'erba e scolarsi
un oceano di roccia e montagna
e di vita e rottami. A che serve ubriachi
riguardare domani e gridarsi ci siamo.
Qualcuno è già stato qui tante volte
e ha sporcato per terra prima di andare.
Qualcuno ha vissuto senza
farsi vedere. Senza
ululare alla luna. Senza
credersi folle
poeta
buffone.
Io ho solo voglia di ridere
e non stare a aspettare.
V
Non c'è nulla di serio
nella vita di un uomo.
La mia musa serena ed io
moriremo nello stesso letto
in un giorno come altri di vita e
di niente.
E poi ecco. Rassegnati e sorpresi
noi godremo d'amore
e di ciò che non siamo.
VI
Siamo attori di circo smarriti
a osservare da fuori un tendone non nostro
e a pensare che dentro magari non piove
e fa un po' meno freddo.
Recitiamo le nostre battute
e fermiamo i passanti chiedendo
un ombrello un passaggio o un sorriso
da chiamare casa vivere o felicità.
Ed ai nostri tramonti non occorre altro.
VII
Siamo il riflesso di facce immortali
dai contorni ingialliti e incazzati
incollate sui muri da anni
come volti di eterni banditi.
Credevamo alla notte dell'anima
e al tesoro etilico dei giusti
satira e pazzia e poesia d'ignoranti
e musica ironica e dionisiaca speranza.
Credevamo persino all'amore
senza aver mai amato o
aver mai visto amare. Senza mai pensare
a cos'altro saremmo poi stati.
Nichilisti e puttane appostati
sui marciapiedi del mondo. Sognavamo l'amore
e l'abbiamo.
VIII
Far la guerra nei giorni di pace
e non starsene fermi. Era questo
un po' il senso di tutto
e lo è ancora.
E poi noi. Capibranco e pagliacci
e banditi e piccoli uomini che
risalgono i viali nelle notti d'estate
soffocati d'amore.
Ci fermiamo sul ponte a vomitare
ad aggiungere lacrime e sale
ad un fiume che scorre ed è dolce
e fa male.
È la vita che è dolce e fa male
quando sei troppo bravo ad urlare
e a non farti sentire. Quando senti il dolore cessare
e vorresti morire.
IX
E come dicono l'amore è vita
e primavera. Ma
non basta
la pioggia lenta dei giorni d'aprile
all'uomo che vuol naufragare.
Non basta
il tepore del sole giallo delle tre
all'uomo che vuole infiammarsi
e nel vento bruciare.
A volte il peccatore prega il suo dio
amore lontano.
A volte. Volti appannati sullo sfondo
e sguardi e parole chiare confuse
sono la sua preghiera.
A volte inginocchiarsi non serve a niente.
X
E pregare è anche correre in bici
nell'agosto bordeaux di montagna e imprecare
pipistrelli nella notte un po' insonne
dal profumo di concime e di rivolta.
Non voglio re a governare
la mia giovinezza
né preti a benedirla
né profeti a illuminarla del loro buio.
È difficile credere ancora
agli stessi discorsi e alle stesse parole
di anni spesi a sorridere
e a pensare di amare.
Ogni cosa ha un suo senso ed io voglio capire.
Questa notte voglio chiedermi perché
e voglio pisciare nel fiume e
devastare questa odiosa città e
scacciare i suoi santi a calci nel culo e
capire davvero cos'è che manca e
ghignare come una volta.
XI
La città ha i lineamenti
di uno che muore e
monumenti
come occhi di zingara anziana
in amore
più lirici e commoventi
di ciò che li tiene sbarrati
eppure attorniati
di vecchio e di sporco e
di nervi tirati
irreali presenti e
futuri irrealizzati.
Ha ponti sul fiume
come cerotti sfilacciati
sul corpo di un uomo ferito
legacci che saldano a stento
ciò che Dio stesso ha già demolito.
(Istante insignificante
in un cielo gigante
però infinito nell’infinito).
Se davvero è per sempre lo spazio
senza fine è anche ciò che racchiude
e certa ogni possibilità. Da qui nulla
può scappare via
ogni cosa dovrà fatalmente avvenire e
la logica diventare poesia.
XII
Le risate del pubblico oltre la porta
rivestono silenzi sussurrati e parole taciute
dalla donna che legge le carte. Promesse
da due soldi e inascoltate
che nessuno manterrà mai.
Sarò io a spalancare la porta e
ad uscire per primo. Sarò un folle poeta buffone
ed avrò ciò che sono
e sarò ciò che voglio.
Non credere a nessuno e ingannarmi di tutto
distruggere e sognare
scrivere e cancellare
e riscrivere.
Non smetterò mai.
Mostratemi quale legge mi vieta
di tagliarmi un pezzo di cuore
per rinchiudervi dentro l'amore:
uso il cuore anche per ammazzare
e detesto accatastare gli errori.
Possiedo la coscienza morale di un uomo che dorme
vivo della morte dei neuroni e di regole infrante
volo con ali bruciate però volo distante
la fisica è limite e morte ed io so farne a meno.
Contro il Dio infame anfetamine, anarchia e distorsione
per rabbia, amore o sangue che pompa a comando
l'innocente muore di febbre, di poesia e di passione
coma etilico overdose d'endorfine non fa differenza
la chimica quella sì è vita e non posso far senza.
Quella che amo più di tutte è la vita bestemmiata
cortili occupati rutti in faccia e una monaca stuprata
possedere l'amore di una troia o la fica di una fata.
Non m'importa neanche costruire, m'importa modellare
l'universo è marmo informe da scolpire e bombardare.
Il mio grido è tritolo e la poesia è dinamite
ma la guerra un pacifista la fa solo con dio
quello con la minuscola, quello che vende i vestiti
quello che censisce cestina censura le vite.
Sono dio minuscolo io stesso, faccio genesi ogni giorno
e mi piscio sulle scarpe come fanno gli ubriachi
e in faccia agli dei inumani che mi ridono attorno
darsi delle regole è immorale, molto più che farsele dare
sopravvivere fa male e nulla al mondo è più sleale
di morire.
Noi giusti amiamo vivere e scoparci l'Utopia
per poi mandare al mondo la sua prole
non pensiamo sia una meta l'anarchia
ma godere e incazzarsi ogni ora proprio come far l'amore.
La rivoluzione delle menti nasce dalla mente già in rivolta
la mente di un pazzo o quella di un cretino
dal frastuono inorecchiabile di una chitarra distorta
o la smaniosa insonnia di una notte di vino.
La rivoluzione delle menti è clonazione divina
dà corrente come un lampo a ogni cosa vicina
è sognare di sognare finché viene mattina.
Mattina è mal di testa che tormenta il sonno
del nottambulo rientrato ubriaco e gaudente
solo di notte può fuggire il prigioniero
solo di notte può trionfare il perdente
di notte un nano può pensarsi un gigante.
Mostratemi quale legge mi vieta
d'essere dio in un pianeta di dei
aiutatemi voi a spegnere il sole
o penserò a spegnerlo per cazzi miei.